Tra gli amici di ARAS, il Teatro Anime Antiche, una scuola di teatro che considera la scena non solo come espressione artistica, ma anche come strumento di conoscenza di sé, relazione ed empatia: ne abbiamo parlato con il fondatore Filippo Usellini, attore, insegnante e formatore, e per alcuni anni anche volontario di ARAS.
Filippo, nella tua esperienza con Anime Antiche il teatro non è solo performance, ma anche ricerca personale e relazione umana. Quanto conta oggi creare spazi di ascolto autentico?
Per me è fondamentale: in Anime Antiche il teatro è prima di tutto un mezzo di conoscenza di sé, senza prendersi troppo sul serio, ma con effetti molto concreti anche fuori dalla scena. La maggior parte degli allievi non viene per fare l’attore “di professione”: arriva per esplorarsi, capire meglio come stare nel mondo, nelle relazioni, nelle emozioni. E proprio per questo ho sentito una vicinanza immediata con ARAS.
Cosa ti ha fatto sentire vicino ad ARAS?
Ho ritrovato la stessa sensibilità: prima di tutto, sia il teatro sia ARAS sono esperienze umane. Nel teatro giochi, sperimenti, crei personaggi, ma al centro resta sempre l’essere umano. E oggi credo sia qualcosa di fondamentale.
“Oggi” significa anche tecnologia, connessioni rapide, comunicazione continua. Tu come la vivi?
Io sono un nerd appassionato di tecnologia, quindi non faccio il moralista, però vedo un rischio reale: la tecnologia può seccare l’empatia. Quando l’interazione diventa veloce, meccanica, superficiale, e non vedi l’effetto delle tue parole sull’altro, perdi il contatto umano. Il teatro e associazioni come ARAS, invece, sono luoghi che ci ricordano ogni giorno di essere – e restare – umani.
Hai parlato di empatia come di una capacità speciale. Cosa intendi?
Intendo che l’essere umano può andare oltre certi automatismi: esistono meccanismi di difesa e diffidenza verso ciò che percepiamo come diverso, e in parte sono anche biologici. L’empatia, però, permette di superare quella reazione immediata: anche se sei diverso da me, posso riconoscere in te qualcosa di profondamente umano e restare in relazione.
Parliamo del tuo lavoro. Qual è il tuo ruolo in Anime Antiche?
Sono il fondatore, attore e insegnante; insegno anche in due licei, e lì il tema dell’empatia, per esempio, è fondamentale. I ragazzi a quell’età sono spugne: se imparano ad ascoltare la propria vita interiore e le persone che hanno intorno, se lo portano dietro per sempre. Al contrario, l’abuso del cellulare in adolescenza può essere devastante, me ne accorgo ogni giorno.
Come hai conosciuto ARAS?
Cercando proprio “l’arte dell’ascolto” su Internet: non stavo cercando un’associazione di volontariato e non avevo in mente di fare il volontario. Poi ho trovato ARAS e ho iniziato questo percorso. Ho fatto il volontario per circa tre anni e, dato che nel teatro l’ascolto è fondamentale — come diceva il mio maestro, “non può fare teatro chi non sa ascoltare” — mi sono accorto che alcune capacità erano già allenate.
Ci spieghi meglio il legame tra ascolto teatrale e ascolto in ARAS?
L’ascolto non riguarda solo l’altro: riguarda anche ciò che l’altro muove dentro di noi, la risonanza. A teatro è essenziale: se devo rispondere in scena, devo lasciare che l’altro mi tocchi, mi modifichi, mi sposti interiormente. Solo così posso reagire in modo autentico. In ARAS succede qualcosa di molto simile: quando ascolto una persona che chiama, non ascolto soltanto le sue parole, ma ascolto anche le emozioni e le sensazioni che quelle parole generano in me.
Poi ci sono le opinioni: a volte chi chiama può esprimere idee politiche o personali lontane dalle mie, e automaticamente scattano delle difese; nella vita succede continuamente, ma diventare consapevoli di quel meccanismo è già un passo enorme, perché quando parte la difesa l’ascolto si interrompe. L’empatia serve proprio a questo: restare in connessione anche quando la pensiamo diversamente, senza giudicare la persona.
Hai fatto anche un parallelo interessante con i personaggi “difficili” del teatro.
Sì, perché a teatro capita spesso di interpretare personaggi moralmente discutibili, ma l’attore non può giudicarli: deve quasi diventare il loro avvocato difensore, vedere il mondo attraverso i loro occhi. Non significa assolverli: significa comprenderli, perché altrimenti non puoi interpretarli davvero. Alcuni attori non riescono a farlo, ed è legittimo: a volte la reazione emotiva è troppo forte.
Cosa ti porta ancora oggi a tornare in ARAS?
Mi viene un’immagine: quella di un’ape che entra in un fiore, si ritrova il polline addosso e poi lo porta con sé. Quando torno in ARAS sento che mi resta addosso un “polline umano”: uno sguardo, una sensibilità, qualcosa che poi continua a vivere nella quotidianità. È la stessa cosa che molti allievi raccontano uscendo dal teatro.
Noi crediamo che ARAS non debba essere solo ascolto telefonico, ma anche diffusione di una cultura dell’ascolto. Ti ritrovi in questa idea?
Assolutamente sì, l’idea è proprio questa: non limitarsi al servizio, ma sperare che chi incontra ARAS porti poi questo modo di stare nella relazione anche fuori, nella società. Mi viene in mente una frase che mi ha colpito molto: “La violenza è il linguaggio di chi non è stato ascoltato.” E c’è anche un proverbio africano che dice: “Il giovane che non riceve ascolto dal villaggio, brucerà il villaggio.” Nella cultura del villaggio il diritto di parola arriva tardi: prima si ascolta molto. E questo racconta quanto l’ascolto sia un valore strutturale per una comunità.
Per chiudere: cosa ti manca di ARAS?
Mi mancano alcuni momenti di intimità umana che si creavano con certe persone che chiamavano. Quelle connessioni sono speciali. E mi manca anche la formazione del lunedì sera… che purtroppo coincide con la mia lezione. Se fosse in un altro giorno, chissà! Però una cosa bellissima di ARAS è questa: anche se passano mesi, quando torni è come ritrovare vecchi amici. Ti senti subito in famiglia.